Articolo apparso nel 2°Rapporto "La Sardegna e il Mediterraneo" pubblicato dall'Istituto di Studi e Programmi per il Mediterraneo (ISPROM) nel settembre 2024.
Il libro è disponibile in PDF all'indirizzo: http://www.isprom.it/2degrapporto-sardegna-e-mediterraneo
Raccontare il vivere, e talvolta il sopravvivere, oggi a Tunisi, può essere fatto ricomponendo dei “frammenti di quotidianità”, ossia quella ripetizione necessaria di azioni che permettono l’esistenza in sé: spostarsi, sfammarsi, socializzare, e via dicendo. La “qualità” di questi gesti e la semplicità con cui si arriva a realizzarli cambiano considerevolmente da un gruppo sociale all’altro, infatti, la quotidianità ha una natura finemente relativa ed è intimamente legata alla classe sociale d’appartenenza, al quartiere in cui si vive, alle scuole a cui si ha avuto accesso, alle biografie familiari. Infatti, il sopravvivere è nella quotidianità sia per coloro il cui privilegio permette di “vivere sopra”, più a lungo e meglio della maggior parte, in un’abitazione confortevole, in un quartiere che dispone di spazi verdi, sia per coloro il cui sopravvivere è costruito su una “collezione di fatiche” quotidiane, piccoli e vari lavori, il fare le file per il pane o la farina, spostarsi in mezzi pubblici affollati, ma tra gli estremi ci sono tante sfumature diverse.
Tunisi oggi è una capitale che accentra risorse economiche e potere, in cui confluiscono, dalle altre regioni, tante energie umane. Benché non sia l’unica grande città, ha un peso relativo notevole rispetto le altre. È luogo in cui si concentra l’apparato dello Stato, vi sono i grandi mercati, le sedi delle banche, le ambasciate, e non per ultime le agenzie di cooperazione e le organizzazioni internazionali. I tunisini hanno vissuto momenti di trasformazione importanti negli ultimi decenni e la rivoluzione del 2011 è stata, per tanti aspetti, un punto di rottura. In linea generale oggi si gode di una libertà di espressione e iniziativa impensabile sino al 2011. La repressione ha comunque conosciuto alti e bassi, e i tentativi di restaurare vecchi modi d’azione sono dietro l’angolo: tanti i processi basati su accuse legate a opinioni espresse su blog o social networks. Per tanti altri aspetti vi è una indiscussa continuità: si perpetua un sistema economico basato sull’esportazione, al servizio dei consumatori europei (e non solo), che fa leva sul basso costo della manodopera. Il basso valore del dinaro tunisino rispetto all’euro favorisce le esportazioni ma rende care le importazioni: l’inflazione sui prezzi di beni di prima necessità colpisce soprattutto le classi meno abbienti. Tunisi è complessa e policentrica, una città fatta di città, in cui nella distanza di poche centinaia di metri ci si può trovare in spazi nei quali il vivere, e il sopravvivere, sono molto diversi. Come è complessa ed estremamente stratificata la Tunisia, con le importanti differenze regionali, le sue grandi famiglie, dove il peso dello Stato è considerevole ma resta solo uno degli attori in gioco. È anche una città in cui è gradevole vivere, grazie ai tunisini, che tengono in piedi questo paese con pragmaticità e flessibilità, esprimendo una società vivace e ricca di differenze.
“Sopravvivere oggi a Tunisi” è anche il vissuto di chi scrive: vivo e lavoro in Tunisia dal 2017. Ma è anche lo sguardo “coltivato” di chi cerca di conoscere e capire, in un costante tentativo di immedesimazione nell’altro e che grazie a una fotocamera e un taccuino cattura dei frammenti di quotidianità. L’impegno è la ricerca di una sintesi, benché parziale, che sceglie quali aspetti tenere in considerazione, seguendo le proprie sensibilità. Il tentativo è di evitare accuratamente ogni riduzionismo e la riproposizione di immagini stereotipate, suggerendo narrazioni su più scale, anche contraddittorie, ma tutte costruttive della realtà. Sopravvivere è anche resistere al generale senso di impotenza in società profondamente ingiuste, manifestare nell’ottobre 2023 nelle strade di Tunisi in solidarietà a Gaza, dedicare tempo a dei percorsi collettivi. Penso alla piccola associazione di volontari che anima uno spazio di animazione sociale in un quartiere etichettato come “degradato”, aggiungendo un’alternativa alla socialità della strada o dei caffè per i più giovani. Significa anche conservare dei margini di indipendenza e autonomia organizzativa, creando delle attività economiche e occupando degli spazi: si tratta di quelle che chiamo le “valvole di sfogo”, spazi in cui l’apparato coercitivo dello Stato non interviene. Ne sono esempio i piccoli chioschi auto costruiti che quest’anno, in occasione del mese di Ramadan, si sono installati a Bab El Khadra[1]. Preparano del cibo di strada caldo per un iftar[2] meno costoso e alternativo al pasto in famiglia. L’anno scorso (2023), i baracchini si contavano sulle dita di una mano, quest’anno sono molti di più.
[1] Bab El Khadra è una delle porte della medina di Tunisi.
[2] L'iftar è il pasto che viene consumato ogni sera dai musulmani al tramonto durante il digiuno del mese di Ramadan.
Quindi non solo una ricerca quotidiana di risorse, come chi cerca e raccoglie le bottiglie di plastica vuote per rivenderle a pochi centesimi al chilogrammo alle industrie che le riciclano, ma “sopravvivere” è qualcosa di più.
Sopravvivere è una costante resistenza per non “farsi scappare la vita”, in una città che monopolizza il tempo: nelle attese di decadenti mezzi pubblici, nelle trafile burocratiche di un’amministrazione talvolta sclerotizzata…. Ma è forse questa la dimensione più generalizzabile, che riguarda ogni vivere urbano, e che rende Tunisi diversa ma anche così simile a tante altre città e luoghi dei Sud globali.
Tunisi come luogo di arrivo
Lungo il XIX secolo e l’inizio del XX la Tunisia è stata luogo di arrivo, dagli stati preunitari prima e dall’Italia poi, di rifugiati per ragioni politiche, di coloni, di minatori, operai, pescatori, ma anche di una emigrazione al femminile a seguito delle famiglie, ma non solo. Oggi ad arrivare sono: i pensionati che beneficiano di un regime fiscale e di cambio monetario favorevole; gli imprenditori che profittano del basso costo della manodopera; ma anche i cooperanti e tutti coloro che lavorano nelle organizzazioni internazionali che trovano in Tunisia modi di vita particolarmente agiati negli eleganti quartieri residenziali o della periferia a ridosso del mare; e infine ci sono gli studenti e i ricercatori che dopo la rivoluzione del 2011 possono vivere e spostarsi in Tunisia in modo relativamente sicuro ed economicamente “confortevole”.
Il paese è anche punto di arrivo da paesi dell’Africa subsahariana. Si arriva per studiare, lavorare ma rispetto ai coetanei europei, il loro “sopravvivere” è più complesso: non hanno il privilegio della mobilità offerta da un passaporto europeo e in generale non è facile lavorare regolarmente da stranieri in Tunisia.
Attraversare la quotidianità
Sopravvivere a Tunisi significa anche muoversi nello spazio urbano. Per molti, spostarsi da un punto all'altro della città rappresenta una delle "fatiche quotidiane": autobus e tram di superficie sono affollati, i tempi d’attesa sono lunghi e le condizioni dei mezzi soggette al tempo e all’incuria. I mezzi collettivi, che includono anche dei piccoli pulmini a sette posti, sono il mezzo più economico per spostarsi, e il solo a cui possono accedere masse di lavoratori e studenti.
La mobilità, però, non si limita allo spostamento fisico tra due punti. Essa può assumere un significato più ampio, includendo la possibilità di accedere a spazi "altri" e di coltivare nuove relazioni e forme di socializzazione, al di là della routine quotidiana. Il divieto o l'impossibilità di muoversi, come ampiamente documentato in letteratura, influisce negativamente anche sulla mobilità sociale. Non è raro incontrare gruppi di ragazzi provenienti da quartieri emarginati che si vedono negato l'accesso alle vie dello shopping cittadino o che subiscono continui controlli da parte delle autorità, a sottolineare la loro condizione di cittadini di seconda classe. Anche la difficoltà economica rappresenta un ostacolo significativo. L'accesso agli spazi che potrebbero favorire la mobilità sociale richiede spesso la possibilità di accedere a modi di consumo non sempre possibili, se non occasionalmente, alimentando frustrazione e disagio in chi ambisce a una vita migliore. Molti, costretti a lavori precari e malpagati, si ritrovano impossibilitati ad accedere agli spazi e alle occasioni che potrebbero favorirne la mobilità sociale. La loro condizione socioeconomica, e la generale stagnazione dell’economia tunisina, relega tanti a trascorrere il tempo libero nei caffè e chi può prende la strada dell’emigrazione. Al contrario, la mobilità per la borghesia che vive nei quartieri più agiati, così come per i tanti europei presenti in Tunisia a vario titolo, è raramente soggetta a controlli e restrizioni. La "calca" davanti al supermercato Aziza a Ezzayatine, qualche giorno prima dell’inizio del Ramadan, dove la gente si procura la farina per preparare dolci e pane da rivendere sul bordo della strada, testimonia le "fatiche quotidiane" legate alla precarietà economica ma anche la dipendenza alimentare della Tunisia. Per comprendere questi episodi è fondamentale contestualizzarli storicamente.
La fila per il pane o la farina non è un fenomeno statico, ma il frutto di un percorso storico di costruzione della dipendenza alimentare della Tunisia che ha origine nel periodo coloniale, e che la porta oggi a essere dipendente dalle importazioni di cereali per sfamarsi[3]. Sopravvivere a Tunisi implica quindi anche spostarsi tra i quartieri borghesi e i densi quartieri vicini. I primi, per esempio, assorbono manodopera dai secondi: giardinieri, manovali, idraulici, domestiche e tuttofare. Per chi scrive, Ezzayatine, è il luogo della spesa quotidiana, la via principale offre tanti negozi e mercati all’aperto e i prezzi convenienti permettono di arginare in qualche misura gli effetti dell’inflazione.
[3] Per approfondire vedere: "Ayeb and Bush, Food Insecurity and Revolution in the Middle East and North Africa."
Ma ridurre il sopravvivere a una mera questione di risorse economiche, inflazione, spostamenti e altre fatiche quotidiane, impedisce una visione più complessa e forse realista del vivere urbano. Le situazioni estreme, dove il sopravvivere è questione di qualche dinaro, trovano spesso delle risposte sociali provenienti dalla famiglia, dagli amici, dal quartiere. Inoltre, le cosiddette “attività informali”, che forse talvolta sarebbe più opportuno chiamare “parallelamente formali” visto il radicamento in pratiche sociali di lunga durata di alcune di esse, permettono a tanti di resistere e sopravvivere. Esiste chi, con un limitato accesso a fonti di finanziamento, una buona dose di volontarismo e idee di giustizia sociale, anima la piccola associazione a cui si è accennato in precedenza: uno spazio dedicato ai più giovani nel quartiere di Bab Lakouas. O nello stesso quartiere, in periodo di Ramadan, grazie al sostegno di suoi abitanti, si preparano dei pasti gratuiti nel cortile della scuola da servire ai più bisognosi al momento dell’iftar. Sono queste delle forme di autorganizzazione tacite che permettono di vivere più dignitosamente, mostrando una solidarietà pragmatica, e il “sopravvivere a Tunisi” ha spesso questa dimensione comunitaria.